Un futuro già scritto, come i più grandi talenti, come il più grande campione di tutti i tempi: Diego. Dall’Argentina all’Europa, dal San Lorenzo al Napoli, proprio come l’idolo di ogni amante del calcio, e quindi anche il suo. Napoli mormora “tra Maradona e Lavezzi c’è una differenza sostanziale: il taglio di capelli.” Quando il 6 luglio 2007 il Pocho ritorna in Italia, dopo la breve esperienza genoana, il suo taglio di capelli è tutto un programma. Un metro e settantatre di altezza e settantacinque chilogrammi per un caschetto e un ciuffo degni di poca fiducia. E invece sono stati 6 milioni di euro spesi bene, perché con quei 6 milioni a Napoli è ritornato ad esistere un re. “Olè olè olè olè, Pocho Pocho!”, il coro che i più giovani non avevano potuto cantare al Dio Diego, dopo vent’anni è tornato a far tremare il San Paolo, e i tifosi. Sì, perché il Pocho ha fatto tremare Napoli, l’ha fatta piangere, ridere, gridare, arrabbiare, cantare, amare. A partire dagli esordi con la maglia numero 7, la prima volta in campo con la maglia azzurra, quel 15 agosto 2007, col Cesena in Coppa Italia, poi dopo soli tre giorni la prima gara ufficiale, ancora in Coppa Italia, stavolta contro il Pisa. Ed ecco che esce fuori il Pocho, tre gol ai toscani e via, con la prima tripletta in azzurro. Il 2 settembre arriva poi la prima rete in campionato, contro l’Udinese, alla quale l’anno successivo segnerà anche la sua prima doppietta in serie A. Al termine della prima stagione è già amore. Lavezzi è riuscito a qualificare il suo Napoli all’Intertoto, e non contento segna anche la prima rete europea contro gli albanesi del KS Vllaznia. Ma per farsi amare ancora di più, si diverte anche contro la grande nemica. Nel 2008 al San Paolo segna la rete decisiva del 2-1 contro la Vecchia Signora, e allora il trono della città partenopea è suo. Per non parlare poi della prima espulsione in serie A, per aver calciato contro l’allenatore del Cagliari Massimiliano Allegri. Proprio uno scugnizzo, a detta del popolo. E da buon napoletano segna di nuovo alla Juventus il gol del 3-1, e poi al Chievo, regalando alla sua città la qualificazione matematica in Europa League. Si fa conoscere anche a Liverpool, dove realizza la rete del vantaggio del Napoli ( il risultato finale lo conosciamo tutti, ma preferiamo ricordare il gol del Pocho), fino alla sudatissima Champions League. Ed è nell’Europa che conta che merita di stare uno come lui: ecco, era tutto già scritto! A Manchester colpisce la traversa, ma col Chelsea la doppietta non gliela toglie nessuno. E dopo l’esperienza in Champions arriva la finale di Coppa Italia, e il Pocho conquista il rigore che regalerà il vantaggio e infine la Coppa al Napoli. Poi la festa, il giro per Napoli sul pullman scoperto, e un sorriso pieno di malinconia. Il suo popolo grida “Pocho resta con noi”, e lui abbozza un sorrisetto e raccoglie pupazzi, ma già sa che non sarà così. Nel suo futuro c’è Parigi, come vuole la sua amata Yanina, come vuole il suo conto in banca e il suo procuratore. Ma il cuore resta a Napoli, così come una metà di lui. E perciò si dice che a Parigi abbia scelto proprio la maglia numero 11, la metà del numero 22 che ha indossato negli ultimi anni nella sua Napoli. Perché in fondo al suo arrivo in Francia, ad attenderlo non c’erano altro che i suoi napoletani, i suoi tifosi, la sua gente, lì ad attenderlo per l’ennesimo ed ultimo ringraziamento. Gracias Pocho…
r.v.

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